Assoluta di tè nero del Lago Maggiore
La Camelia d’Oro — Intervista con Andrea Corneo
Per questa nuova tappa del nostro viaggio abbiamo incontrato direttamente Andrea Corneo, che insieme alla moglie Orsola, gestisce La Camelia d’Oro, il bellissimo giardino di Villa Anelli sulle sponde del Lago Maggiore dal quale proviene l'assoluta di tè che utilizziamo nella nostra fragranza Earl Grey.
Andrea Corneo, coltivatore de La camelia d'oro
Ciao Andrea! Come nasce la Camelia d’Oro e qual è il legame con la storia della tua famiglia?
Ciao Alessandro, in realtà La Camelia d’Oro nasce da un’idea di sostenibilità. I giardini storici oggi hanno costi enormi — economici, di tempo, di energie — e il progetto è nato proprio come risposta concreta a questa difficoltà: come trasformare un patrimonio che genera spese in qualcosa che produce anche valore.
La storia della famiglia su questo lago comincia nel 1872, quando Carlo Berzio, un mio antenato milanese, scelse le sponde del Lago Maggiore come residenza permanente e iniziò a costruire villa e giardino. Non aveva discendenza diretta e lasciò tutto alla sorella, sposata con un Anelli. Da quel momento la proprietà porta quel nome nome. Rispetto a me, siamo a sei generazioni di distanza.
Oggi l’azienda si regge su quattro pilastri: l’ospitalità agrituristica, la collezione di camelie, il giardino botanico aperto al pubblico e la produzione agricola — tè dalla Camellia sinensis, olio cosmetico dalla Camellia japonica, e negli ultimi anni anche il vino.
E la Società Italiana delle Camelie?
La Società nasce nel 1965 dalla passione di Antonio, il compagno di mia nonna. Era un industriale, non aveva nulla a che fare con la botanica, ma si innamorò delle camelie che trovò nel giardino di Villa Anelli e divenne uno dei maggiori esperti mondiali della pianta. Collezionava libri antichi, importava varietà dall’estero, le scambiava con appassionati di tutto il mondo.
L’obiettivo era duplice: mettere in comunicazione i collezionisti e preservare una cultura a rischio di oblio. Nell’Ottocento la camelia aveva avuto una stagione di grande fama, con centinaia di varietà catalogate e nominate. Antonio si era reso conto che quei nomi, quelle storie, stavano scomparendo, e si era dato il compito di recuperarli. Io ho preso il testimone alla sua scomparsa, nel 2000.
Perché il Lago Maggiore è diventato una “seconda patria” della camelia?
La camelia viene dal Sud-Est asiatico — Cina e Giappone soprattutto — e ha esigenze precise: terreno acido, clima mite, piogge abbondanti. Il Lago Maggiore le offre tutte e tre. Il lago mitiga le temperature in ogni stagione, in alcuni anni raggiungiamo anche i 2.000 mm di pioggia annui, e i terreni acidi qui sono diffusi — in Italia rappresentano solo il 10–15% del totale.
C’è un commentatore dell’Ottocento che scrisse che il cielo terso del Lago Maggiore ricorda quello del Giappone. È una frase evocativa, ma dice qualcosa di vero. Basta percorrere le sponde in periodo di fioritura per rendersene conto: camelie ovunque, nei giardini privati, negli spazi pubblici, lungo le rive.
Come è nata l’idea di produrre tè?
La Camellia sinensis era sempre stata presente al lago come curiosità botanica, ma nessuno aveva mai pensato a una coltivazione con un senso economico. Ho cominciato raccogliendo i semi dei vecchi esemplari del giardino e producendo piantine nel vivaio.
A convincermi fu una telefonata inaspettata: una signora cinese di Padova mi chiamò per acquistare il nostro tè. La invitai a venire a vederlo, ma mi disse che non aveva tempo — e che non si fidava più del tè cinese per via dell’inquinamento. Lo acquistò a scatola chiusa. Quella conversazione mi fece riflettere.
Mi fece pensare anche ai vecchi terrazzamenti del lago, abbandonati dopo che la fillossera aveva distrutto la viticoltura nell’Ottocento. Recuperare quei terreni con la Camellia sinensis mi sembrava una risposta sensata: sostenibile, locale, di qualità. Oggi coltiviamo su tre appezzamenti distinti, tra Villa Anelli, Antoliva e la zona verso Mergozzo.
Il microclima del lago influenza la qualità del tè?
Sì, e in modo molto interessante. Rispetto alle grandi zone produttive asiatiche, dove il clima monsonico garantisce caldo e umidità per sei mesi continui, qui sul lago la pianta in estate rallenta e smette di fare nuovi germogli. Siccome il tè si raccoglie solo dai germogli teneri, la resa è molto più bassa — circa il 30% rispetto a quella asiatica. Ma i sommelier del tè ci dicono che producendo meno si produce meglio.
La raccolta avviene tra aprile e giugno, tutta a mano: circa un chilo di prodotto fresco all’ora, che corrisponde a 100 grammi di tè secco. I germogli primaverili — prima, seconda e terza foglia, quest’ultima ancora arrotolata, il cosiddetto pekoe — danno un tè di qualità organolettica eccellente.
C’è poi un aspetto che trovo particolarmente affascinante. Le piante che coltiviamo discendono dai vecchi esemplari del giardino, che si sono adattati nel tempo al nostro clima, alla nostra terra, alla nostra luce. In senso tecnico si parla di ecotipo — potremmo chiamarlo “Varietà Verbano Lago Maggiore”. Questo tè non sarebbe identico se fosse coltivato altrove. È figlio di questo posto.
Sul piano economico, la produzione limitata si traduce in prezzi molto diversi da quelli asiatici: tra i 500 e i 1.000 euro al chilo, contro 1–3 euro del tè del Sud-Est asiatico. È un prodotto di nicchia, per chi cerca qualità, filiera trasparente, chilometro zero.
Come si trasforma la foglia in tè?
Il procedimento varia a seconda del tipo. Per il tè bianco basta l’appassimento delle foglie, senza altri trattamenti. Il tè verde passa attraverso il vapore e il rolling, l’arrotolamento che ferma l'ossidazione e preserva la freschezza delle foglie. Il tè nero segue lo stesso passaggio di vapore, ma viene poi lasciato fermentare e ossidare fino al colore scuro caratteristico, prima di essere essiccato. Tutto avviene internamente nella nostra azienda.
La foglia fresca ha un profumo erbaceo, di erba appena colta. Sono il rolling, l’ossidazione e l’essiccazione a far emergere le note caratteristiche del tè.
Cosa rappresenta per voi la camelia?
È un progetto di vita, oltre che di lavoro. L’idea è quella di stabilirmi definitivamente sul lago, lasciare Milano, radicarmi in questo territorio, viverlo ogni giorno. La camelia, per me, è il filo che tiene insieme tutto: la storia di famiglia, la ricerca agronomica, la cura del paesaggio, la produzione. È una pianta che chiede pazienza e attenzione, e che restituisce molto a chi sa aspettarla.